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Le ultime novità sulle cellule staminali e su Genico

05/02/2015
La lunga memoria delle cellule staminali

Cellule staminali T della memoria geneticamente modificate risultano essere un’immuno-terapia a lungo termine per le ricadute tumorali e le malattie infettive.

Sole24ore - Uno studio dell’istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica di Milano ha consentito di scoprire la capacità di un particolare gruppo di linfociti di persistere e riprodursi per anni nel sangue di un individuo, mantenendo nel tempo la capacità di riprodursi e di assolvere al loro compito che è quello di difendere l’organismo da attacchi esterni. Ne parliamo assieme al professor Alessandro Aiuti, coordinatore dell’area clinica dell’Istituto San Raffaele Telethon per la terapia genica.

“Si tratta di cellule della memoria immunologica. Quello che abbiamo scoperto è che vivono molto a lungo e che alla base di questa memoria c’è sempre una riserva di cellule, che noi chiamiamo staminali della memoria, pronte ad intervenire in caso di necessità e che possono generare altri linfociti capaci di combattere i virus. L’abbiamo studiato in una malattia genetica (questo lavoro è coordinato da Luca Biasco e Serena Scala del nostro Istituto) e abbiamo visto che queste cellule possono essere modificate e sopravvivere moltissimi anni, oltre 10 anni in questi pazienti.”

Ma quali sono le ricadute di questa scoperta? “Le ricadute sono importanti per malattie infettive come l’HIV ma soprattutto per i tumori perché la capacità di poterle modificare potrebbe consentire a queste cellule di, non solo intervenire in maniera rapida, ma anche di poter controllare le recidive dei tumori a lungo termine, quindi questo potrebbe offrire una grossa arma di immunoterapia che già si sta rivelando valida per alcune forme di leucemie ma potrebbe persistere come effetto nel tempo.”

Quindi questo particolare gruppo di linfociti potrebbe restare sempre “in allerta”? “Esatto - conclude il professor Aiuti - potrebbe persistere per molti anni pronto a combattere i tumori.”


Leggi l'abstract del report scientifico pubblicato su Sci Transl Med. (in inglese)


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